L’Uso Consapevole della Mente

Estratto dal mio nuovo libro: “L’Uso Consapevole della Mente- la Meditazione come strumento per cavalcare l’onda della Vita”- Silva Iotti, Mondadori 2019.

L’insula è un lobo profondo, sita all’interno dell’intercapedine che separa i lobi frontali e parietali da quello
temporale e ha la funzione di monitorare lo stato interno del corpo. Secondo questa teoria, l’insula svolge un
processo di mappatura dell’ambiente interno ed esterno, integrando le informazioni progressivamente ad altri
stimoli cerebrali relativi alle emozioni, alla cognizione, alle motivazioni e ai processi decisionali. Questo
processo viene completato nella parte anteriore e principale dell’insula, dove l’informazione viene incorporata
dalla corteccia cingolata anteriore (ACC). L’insula anteriore e la ACC si attivano congiuntamente ogni volta
che si prova un’emozione, felicità, rabbia, paura, sorpresa, disgusto, ma anche quando si trae piacere
dall’ascolto di musica o nell’esperienza di “connessione con Dio” della preghiera o della Meditazione. Questo
senso di connessione, che è quello descritto da tutte le tecniche di Yoga, non implica per tutti il fatto di
appartenere a qualche scelta religiosa, ma un senso “spirituale” più profondo e onnicomprensivo, che porta a
un sentimento olistico di appartenenza a un universo immenso, un senso di ampliamento della visione ed
espansione di coscienza.
Inoltre l’attività dell’insula aumenta ogni qualvolta una persona esperta di meditazione riesce ad alleviare la
sgradevolezza del dolore sintonizzandosi su quella sensazione con un atteggiamento di accettazione e curiosità,
dunque distacco dal vissuto di sofferenza, quasi come un atteggiamento da “osservatore esterno”. Molti studi
sull’emicrania o sul dolore fisico in genere portano a comprendere come si possa alleviare la sofferenza
accettando il dolore come stato transitorio del corpo, come messaggio che il corpo invia alla mente per poterle
permettere di prendere consapevolezza del qui-e-ora, di quello stato di presenza che spesso dimentichiamo,
perché troppo indaffarati e proiettati verso l’esterno, senza prenderci il tempo per ascoltare i messaggi
“interni”.

Asana è un termine sanscrito sovente tradotto con la parola “Posizione”. Esso delinea le posizioni assunte durante la pratica dello “Yoga della forza fisica”, o “Hatha Yoga”. Si tratta in realtà di un sostantivo maschile che non ha una traduzione specifica nella lingua italiana, poiché il concetto di educazione fisica nell’antico Oriente non era proprio quella della nostra società occidentale.

In Oriente la pratica fisica, intesa come disciplina di allenamento del corpo, è entrata a far parte del “mondo Yoga” molto più tardi rispetto alle origini dello Yoga inteso come lavoro interiore di auto consapevolezza, cioè intorno alla metà del 1800.  I Maestri di questa disciplina capivano che gli esseri umani avevano bisogno di mantenere in forma il corpo, comprendendo che il lavoro sulla mente e sulla consapevolezza era reso molto più semplice in un corpo sano, flessibile, robusto e allenato. Avevano cioè capito che occorreva anche mantenere sano il corpo in modo consapevole, concetto che ai giorni nostri suona abbastanza familiare. Tutti sappiamo l’importanza dell’attività fisica e dell’alimentazione nella prevenzione e nel mantenimento della salute. A quei tempi probabilmente non si pensava ancora in questi termini, ma si iniziava a comprendere che il corpo era importante. Nell’antichità gli esseri umani utilizzavano molto di più il corpo nel lavoro e nelle varie pratiche della vita quotidiana, tanto che oggi la maggior parte delle patologie sono dovute all’eccesso di sedentarietà e di immobilità, oltre a un’iper alimentazione e a una sua cattiva gestione. Col tempo quindi è aumentata sempre più l’esigenza di dedicare attenzione al corpo fisico, alle sue percezioni, ai suoi movimenti e al mantenimento della salute anche attraverso l’allenamento specifico. Premesso che lo Hatha Yoga è sempre e comunque un lavoro “globale” sul corpo, ossia ogni movimento, sequenza o posizione lavora sull’intero corpo e non solo su un distretto specifico, in realtà il lavoro è ancor più globale, nel senso che non è mai solo sul corpo fisico! E ora veniamo alla traduzione del termine sanscrito. Asana significa dunque Posizione che il corpo assume durante la pratica, ma non soltanto del corpo fisico. La posizione non può essere disgiunta dal Respiro, che ne veicola il Prana- la forza della vita che scorre- al suo interno, e dalla Mente, dalla presenza della consapevolezza e dalla volontà nel realizzare quella posizione a livello fisico ed emozionale, conoscendo la sua valenza e il lavoro profondo. Asana è quindi un termine multidimensionale, che comprende la dimensione fisica, sottile (respiro-Prana) e Mentale. Per realizzare un Asana o un Vinyasa (le sequenze di Asana realizzate legando le varie forme attraverso passaggi consapevoli) occorre essere nel Flow, essere presenti in modo il più possibile focalizzato nel momento, sentendo di essere in un continuo divenire senza sosta. Il concetto di Presenza come consapevolezza che non esiste un momento presente è il “paradosso” dello Yoga. In verità è proprio attraverso la realizzazione dello stato di Presenza che si entra nel sentire che ogni istante è in continua trasformazione dell’istante successivo, e che nulla nella vita è fisso ma tutto è movimento. L’accettazione del “fluire” nella vita diviene l’allenamento principale dello Yoga nella sua forma fisica, così come in quella mentale della Meditazione.

Lo Hatha Yoga non è altro che la Meditazione posta in movimento. Per molti è più facile staccare la mente da preoccupazioni e ruminamenti attraverso una pratica fisica, poiché l’attenzione che occorre porre al corpo per non farsi male, per ascoltare ogni passaggio in modo da lavorare al meglio su muscoli e articolazioni, per preservare la salute e ottenere risultati di forza e flessibilità porta con sé l’obbligo di essere presenti.




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